«Dialetti emiliani e dialetti toscani», recensione

Tra non molto compirà un anno un lavoro che sicuramente in questi ultimi mesi non è passato inosservato, in ambito specialistico e non solo. Si tratta di Dialetti emiliani e dialetti toscani. Le interazioni linguistiche fra Toscana ed Emilia-Romagna e con Liguria, Lunigiana e Umbria di Daniele Vitali (studioso divenuto noto a partire dal suo impegno scientifico per il dialetto di Bologna), di cui si intende qui parlare brevemente.

Innanzitutto colpisce la monumentalità dell’opera: oltre milleottocento pagine, divise in quattro volumi, frutto di una gestazione durata circa due decenni. Il testo, attraverso l’analisi di un sorprendentemente ampio numero di dialetti dell’Italia centro-settentrionale (supportato da un vastissimo archivio sonoro) e la comparazione di questi con altre realtà linguistiche d’Europa, ha tra gli scopi quello di verificare la questione della cosiddetta linea La Spezia-Rimini (anche Massa-Senigallia o in ulteriori denominazioni), considerata il confine per eccellenza, e il più profondo, secondo quanto si dice di solito, all’interno del continuum europeo neolatino, ma la conoscenza della quale è ancora per molti versi frammentaria e prona a interpretazioni contraddittorie.

Altro tema affrontato in Dialetti emiliani e dialetti toscani è quello del «sostrato», ovvero l’elemento a volte utilizzato per motivare l’esistenza o meno di certi caratteri linguistici in determinate aree, che corrisponderebbe a un presunto retaggio lasciato da idiomi di popolazioni antiche, generalmente preromane. Ripercorsa la storia del dibattito in merito, Vitali confuta (probabilmente in maniera definitiva) le più diffuse teorie sostratistiche, opponendo circostanziate spiegazioni di tipo evolutivo (che tengono conto, per esempio, della prossimità articolatoria fra i suoni che partecipano alla stessa evoluzione e non della presenza, a priori, di comunità delle cui lingue sappiamo poco o nulla, ma che tra Ottocento e Novecento erano spesso al centro delle discussioni dei glottologi, alcuni dei quali chiamavano in causa perfino pseudo-argomentazioni razziali e la frenologia).

Da tutto questo nascono anche nuove proposte di classificazione, sia all’interno dei sistemi linguistici trattati sia in uno sguardo generale sull’area romanza, come si possono trovare in particolare nell’ultimo volume, nel quale si tirano le fila di quanto esposto nei primi tre.

Elemento costante di tutte le opere di Daniele Vitali, non smentito neppure questa volta, è l’accuratezza delle trascrizioni fonetiche (per le quali egli utilizza la variante dell’Alfabeto Fonetico Internazionale introdotta dal fonetista Luciano Canepari, il canIPA) e la completezza della riflessione fonologica, spesso inedite per le varietà dialettali interessate, assieme alla modernità dell’approccio generale, che ha permesso in tante circostanze di superare troppo superficiali interpretazioni «tradizionali».

In Dialetti emiliani e dialetti toscani non mancano altresì passi importanti che riguardano i territori a cui si riferisce più strettamente questa pagina, sui quali ci si vuole soffermare. Partendo dai rilievi recenti, incrociati con la letteratura precedente, Vitali avanza l’idea di un nuovo gruppo tassonomico, definito aretino-perugino, composto dalle aree di confine fra Toscana e Umbria settentrionale, le quali, pur appartenendo ancora al Centro Italia, non condividono con i loro vicini centrali alcuni tratti importanti, mostrando in varia misura gli effetti dell’influenza subita dai dialetti romagnoli (staccandosi, dunque, pur all’interno del continuum centro-italiano, tanto dalla Toscana propriamente detta quanto dall’Umbria sud-orientale e le Marche meridionali). Tale gruppo, secondo l’autore, è poi costituito da tre sottogruppi principali, cioè quello aretino-chianaiolo, quello perugino-eugubino e l’alto Tevere (toscano e umbro), che fa da cerniera con gli altri due e che è contemporaneamente il più condizionato dalla Romagna.

Incentrandoci sulla realtà altotiberina, e aprendo una parentesi, è utile rammentare che lo stesso Vitali aveva fornito un profilo aggiornato del dialetto di Città di Castello (e di quello di una sua frazione, in rappresentanza di un diverso modello riscontrabile nella stessa zona) nel precedente Dialetti Romagnoli. Pronuncia, ortografia, origine storica, cenni di morfosintassi e lessico. Confronti coi dialetti circostanti, con il co-autore Davide Pioggia. In quel lavoro, oltre a produrre un’approfondita analisi fonetica, si fece luce su alcuni punti riguardanti l’alto Tevere prima liquidati forse frettolosamente, di cui, toccando appena aspetti maggiormente tecnici, si ricorda: la fonemicità in territorio tifernate (: di Città di Castello) dell’esito dell’avanzamento di a tonica in sillaba aperta (cioè il fatto che la a «turbata», riscontrabile in «cane», per esempio, si è rivelata non semplicemente un tassofono, ovvero un modo differente di pronunciare una stessa vocale in un determinato contesto nella parola, ma un fonema, cioè una vocale a sé, distinta tanto da a quanto da è, in maniera quindi diversa da molti altri dialetti limitrofi in cui il fenomeno ha effettivamente portato alla coincidenza con quest’ultima), in seconda istanza la significativa differenza, anche fonologica, che alcune parlate rustiche mostrano con quella del capoluogo comunale, adesso pienamente formalizzata, e, contestualmente, la rilevanza che può avere la quantità vocalica nelle varietà dell’area (con opposizioni di durata che contribuiscono a inventari fonemici che giungono a contare, a seconda del dialetto, fino alla decina di unità, contro l’erroneo modello di soli sette a cui ci si era fermati in passato), nonché una prima proposta ortografica che tenesse conto delle nuove valutazioni.

In conclusione, tornando a Dialetti emiliani e dialetti toscani, si segnala la presenza per opera di Luciano Canepari (della cui consulenza Vitali si è servito in tutte le sue pubblicazioni maggiori) di un’appendice contenente la fonosintesi dei dialetti descritti, insieme alla prefazione di Luciano Giannelli.

Si spera caldamente che Vitali continui gli studi, poiché è indubbio che la sua attività sta offrendo un apporto fondamentale e d’avanguardia alla linguistica moderna, per metodo, precisione e rigore logico, tale da far apparire come già vecchi anche molti lavori degli ultimissimi anni, rimasti legati, fuori e dentro l’accademia, a schemi oggi più che discutibili. Uno dei pochi appunti che si può muovere, magari, ma questo non è un difetto proprio, è che opere come Dialetti emiliani e dialetti toscani o Dialetti romagnoli per la loro complessità risultano talvolta inaccessibili, o quantomeno «difficili», al pubblico medio, limitando così la loro efficacia sulla vita e la salute dei codici linguistici di cui si occupano, che invece beneficerebbero molto dei nuovi approcci e delle nuove scoperte. A ben vedere, però, la diffusione su larga scala di simili contenuti è un compito che spetta ai divulgatori, che certamente hanno ora dei potenti strumenti in più per infondere consapevolezza nei fruitori degli idiomi locali.

Per maggiori informazioni, si segnala la pagina dedicata a Dialetti emiliani e dialetti toscani del sito «www.bulgnais.com» (nel quale è possibile trovare numerosi altri contenuti ad argomento linguistico su Bologna e oltre):

«www.bulgnais.com/DialEm-DialTosc.html».

Per Dialetti romagnoli:

«https://www.bulgnais.com/DialRom.html».

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s